Archivi giornalieri: 29 settembre 2022

Riforma pensioni, proposte della destra e dei sindacati tra anticipi e flessibilità

Riforma pensioni, proposte della destra e dei sindacati tra anticipi e flessibilità

Pensione, cos'è Quota 41: come funziona e requisiti - Adnkronos.com - adnkronos.com
Pensione, cos’è Quota 41: come funziona e requisiti – Adnkronos.com – adnkronos.com

I partiti vincitori delle elezioni per una maggior flessibilità in uscita; i sindacati spingono per una pensione a 62 anni o con 41 di contributi

Tra i dossier più urgenti per il prossimo governo vi è quello relativo alle Pensioni: con l’uscita di scena di Quota 100 e a fine anno anche di Quota 102, i lavoratori italiani si ritroverebbero nella condizione di poter accedere alla pensione con le regole previste dalla legge Fornero, cioè una volta raggiunti i 67 anni di età anagrafica oppure i 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Le proposte della destra

Nei programmi elettorali della destra, schieramento vincitore delle ultime elezioni, era prevista una modifica alla legge Fornero.

 
 

Fratelli d’Italia, primo partito in Italia dopo le elezioni, nel proprio programma parlava in particolare di necessità di innalzare le pensioni minime e quelle di invalidità e di istituire delle flessibilità in uscita, favorendo in questo modo il ricambio generazionale.

La Lega Nord ha invece portato avanti il proprio “cavallo di battaglia”, la Quota 41, cioè la possibilità di ritirarsi dal lavoro con 41 anni di contributi versati, indipendentemente dall’età. Dal sottosegretario della Lega Claudio Durigon è stata però avanzata anche la proposta di istituire un nuovo fondo per i pensionamenti anticipati, rivolto a quei lavoratori che si trovino a rischio licenziamento o cassa integrazione nelle aziende in crisi; secondo questa proposta i requisiti richiesti sarebbero invece i 62 anni di età e i 38 di contributi.

 

La proposta dell’INPS

Anche dall’INPS, nella persona del presidente Pasquale Tridico, era stata lanciata la proposta di una pensione anticipata raggiungibile a circa 62 o 63 anni di età e almeno 20 anni di contributi previdenziali, ma attribuendo in questo caso un assegno parziale.

Le richieste dei sindacati

Le organizzazioni sindacali spingono per l’introduzione di regole più flessibili, chiedendo che i lavoratori possano andare in pensione o con il requisito anagrafico dei 62 anni di età oppure con 41 anni di contributi versati, indipendentemente dall’età.

Se questo può essere sufficiente per il generico lavoratore, è poi necessario un particolare sostegno alle categorie più deboli, come i disoccupati, gli invalidi, gli appartenenti alle categorie dei lavori gravosi e usuranti, le donne; a costoro andrebbero garantite delle condizioni più favorevoli e strutturali. Secondo i sindacati è inoltre necessario ampliare la platea dei lavori gravosi ed usuranti, dalla quale allo stato attuale diverse categorie di lavoratori disagiati sono escluse.

 

I sindacati ritengono inoltre necessario modificare l’attuale sistema che prevede l’adeguamento delle condizioni pensionistiche alla speranza di vita, che penalizza doppiamente i lavoratori, in quanto tale meccanismo interviene sia sui requisiti anagrafici e contributivi sia sul calcolo dei coefficienti di trasformazione, che determinano l’ammontare dell’assegno pensionistico.

 

Utilizzo di Facebook e RGPD nell’UE: il caso tedesco

Utilizzo di Facebook e RGPD nell’UE: il caso tedesco

 

Per l’avvocato generale della Corte UE (conclusioni nella causa C-252/21, Meta Platforms e.a.), un’autorità garante della concorrenza può tener conto della compatibilità di una prassi commerciale col RGPD, ma anche prendere in considerazione ogni decisione o indagine dell’autorità di controllo competente in forza di detto regolamento.

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1. L’impiego dei dati degli utenti Facebook

Meta Platforms è proprietaria della rete sociale online “Facebook”, i cui utenti sono tenuti ad accettare le relative condizioni d’uso, le quali rinviano alle regole sull’uso dei dati e dei cookies fissate da Meta Platforms. In virtù delle medesime Meta Platforms raccoglie dati provenienti da ulteriori servizi propri del gruppo, quali Instagram e WhatsApp, come pure da website e applicazioni di terzi, tramite interfacce integrate o cookies memorizzati nel device dell’utente. Meta Platforms, inoltre, collega tali dati con l’account Facebook dell’utente e li impiega a fini promozionali.

2. Lo sfruttamento abusivo

L’autorità federale tedesca della concorrenza ha vietato a Meta Platforms il trattamento dei dati previsto dalle condizioni d’uso di Facebook, nonché l’attuazione di dette condizioni, imponendo misure dirette alla cessazione di tali attività. L’autorità ha ritenuto che il trattamento di dati non conforme al RGPD costituisse sfruttamento abusivo della posizione dominante di Meta Platforms sul mercato delle reti sociali per gli utenti privati in Germania.


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3. Il ricorso di Meta Platforms

La company ha proposto ricorso avverso la decisione della suddetta autorità dinanzi al Tribunale superiore del Land Düsseldorf, il quale ha chiesto alla Corte UE se le autorità nazionali garanti della concorrenza possano valutare la conformità di un trattamento di dati col RGPD.

4. Le conclusioni dell’avvocato generale

L’avvocato generale:

  • considera che, pur se un’autorità della concorrenza non è competente a constatare una violazione del RGPD, tuttavia nell’esercizio delle proprie competenze può tener conto della compatibilità di una prassi commerciale col RGPD, evidenziando la circostanza che una prassi sia conforme o meno al RGPD può costituire un indizio per stabilire se essa costituisca una violazione delle regole della concorrenza. Per l’effetto, ha precisato che un’autorità garante della concorrenza può valutare l’osservanza del RGPD solo a titolo incidentale e fatti salvi poteri dell’autorità di controllo competente ai sensi di tale regolamento. Quindi, l’autorità garante della concorrenza deve tener conto di ogni decisione o indagine dell’autorità di controllo competente, e informarla di qualsiasi dettaglio pertinente e eventualmente consultarsi con essa;
  • è del parere che la circostanza che l’impresa che gestisce una rete sociale goda di una posizione dominante sul mercato nazionale delle reti sociali online per utenti privati non rimette in discussione la validità del consenso dell’utente al trattamento dei suoi dati personali. Siffatta circostanza svolge un ruolo nella valutazione della libertà del consenso, la cui dimostrazione incombe al responsabile del trattamento dei dati;
  • considera che la prassi controversa di Meta Platforms possono rientrare nelle giustificazioni previste dal RGPD per il trattamento dei dati senza il consenso dell’interessato, purché siano necessari alla prestazione dei servizi collegati all’account Facebook;
  • rileva che il divieto del trattamento dei dati personali sensibili può riferirsi anche al trattamento dei dati controversi, ovvero quando le informazioni trattate consentono la profilazione dell’utente secondo le caratteristiche sensibili contemplate dal RGPD. In siffatto contesto, affinché possa essere invocata l’eccezione a tale divieto, riguardante i dati che l’interessato ha manifestamente reso pubblici, l’utente deve essere consapevole che, tramite un atto esplicito, rende pubblici dati personali. Quindi, un comportamento consistente nella consultazione di website e applicazioni, nell’inserimento di dati in tali siti e applicazioni o nell’attivazione di pulsanti di selezione integrati in essi non può, in linea di principio, essere equiparato a un comportamento che rende manifestamente pubblici i dati personali sensibili dell’utente.

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La tutela del consumatore nella disciplina antitrust

La tutela del consumatore nella disciplina antitrust

Contributo allo studio degli interessi dei consumatori nel diritto amministrativoScopo del presente volume è quello di delineare un quadro delle diverse relazioni che si possono presentare tra pubbliche amministrazioni e consumatore, singolo e associato, anche al di là del settore dei servizi pubblici che, in maniera più evidente, coinvolge la figura dell’utente. Il riferimento è rivolto principalmente all’attività delle amministrazioni indipendenti nello svolgimento della loro funzione di vigilanza e regolazione dei mercati, a quella di competenza delle Camere di Commercio, anch’esse con funzioni di regolazione del mercato e cura degli interessi dei consumatori, e ai compiti attribuiti al Ministero dello Sviluppo Economico.
Nella seconda parte del lavoro l’attenzione si concentra sul ruolo del consumatore, singolo e associato, nella determinazione delle politiche di mercato e sulle funzioni svolte dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
L’analisi, muovendo dalla considerazione che l’interesse del consumatore ha una rilevanza diretta ed immediata nella disciplina antitrust, si è sviluppata nella direzione di precisare il fondamento giuridico-costituzionale di questo interesse, attraverso una reinterpretazione del concetto di iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione. Nell’affrontare le tematiche che via via si sono trattate, si è dato conto delle politiche adottate dall’Unione europea che, come ormai noto, ha ricoperto un ruolo decisivo nel potenziamento della tutela del consumatore-utente e a cui si deve, per l’appunto, il c.d. diritto dei consumi.Sara Forasassi è dottore di ricerca in Diritto pubblico e professore a contratto presso l’Università di Bologna, Facoltà di Economia-Rimini, dove insegna Diritto pubblico dell’economia e dell’impresa, e Facoltà di Scienze Statistiche, dove insegna Diritto dell’economia e Diritto dei mercati finanziari II.

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Elezioni italiane: il Garante Privacy chiede chiarimenti a Facebook

Elezioni italiane: il Garante Privacy chiede chiarimenti a Facebook

 

Tramite comunicato stampa pubblicato in data odierna, il Garante per la privacy comunica di aver inviato a Facebook Italia una richiesta urgente di chiarimenti “in relazione alle attività intraprese dal social network riguardo alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano.”

>>>Leggi il comunicato stampa<<<

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1. L’iniziativa di Meta

La richiesta nasce dall’iniziativa annunciata da Meta, la società che gestisce il social, di una campagna informativa, indirizzata agli utenti maggiorenni italiani, in occasione delle elezioni. La campagna dovrebbe essere finalizzata a contrastare le interferenze e rimuovere i contenuti che disincentivano al voto, tramite la collaborazione con organizzazioni indipendenti di fact-checking e l’utilizzo di un Centro operativo virtuale per identificare in tempo reale potenziali minacce.


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2. Le preoccupazioni del Garante

Il Garante, preoccupato per l’approccio di Meta, considerando anche la problematicità di progetti analoghi (“Candidati”, per le elezioni 2018), e il recente caso “Cambridge Analytica”, ricorda che è necessario prestare particolare attenzione al trattamento di dati idonei a rivelare le opinioni politiche degli interessati e al rispetto della libera manifestazione del pensiero, e invita Facebook a fornire più informazioni sull’iniziativa.

Le richieste di informazioni vertono principalmente sull’uso dei dati, quindi sulla natura e modalità dei trattamenti di dati su eventuali accordi finalizzati all’invio di promemoria, e la pubblicazione degli “adesivi” informativi, nonché sulle misure adottate per garantire che solo persone maggiorenni siano interessate dall’iniziativa.

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Concorso Giustizia 5410 posti: pubblicate le graduatorie

Concorso Giustizia 5410 posti: pubblicate le graduatorie

 

Sono stati pubblicati il 23 settembre le graduatorie dei bandi di concorso del Ministero della Giustizia, gestiti dalla Commissione RIPAM per l’assunzione di vari profili, per un totale di 5410 posti

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1. Il concorso

Il concorso era finalizzato all’assunzione di 5410 unità, di cui 1660 laureati per l’assunzione a tempo determinato come personale non dirigenziale dell’area funzionale terza, fascia economica F1, e 750 + 3000 diplomati per l’assunzione a tempo determinato rispettivamente come personale non dirigenziale dell’area funzionale seconda, fascia economica F2 e personale non dirigenziale area funzionale seconda, fascia economica F1.

>>>Qui l’articolo in proposito<<<

Sono state presentate oltre 72mila domande, e le prove si sono tenute regolarmente nei giorni 21, 22, 24, 27 e 28 giugno 2022

2. Le graduatorie

Il 23 settembre sono state pubblicate sul sito di RIPAM le graduatorie dei vincitori.

Sullo stesso sito compare l’indicazione che la convocazione dei vincitori, per la scelta delle sedi e la sottoscrizione del contratto, avverrà dal 12 al 20 ottobre, presso la Corte d’Appello di ciascun Distretto, secondo il calendario che sarà pubblicato sul sito istituzionale del Ministero della giustizia. L’immissione in servizio è prevista a far data dal 21 novembre.

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Il Garante privacy favorevole alla riforma del processo penale

Il Garante privacy favorevole alla riforma del processo penale

 

Il Garante, con comunicato datato 16 settembre, ha espresso parere favorevole sullo schema della riforma Cartabia del processo penale. Ha tuttavia suggerito maggiori garanzie per i dati degli imputati, degli indagati e di tutte le altre persone coinvolte nei procedimenti penali.

>>>Leggi il comunicato del Garante<<<

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  1. Le innovazioni del decreto
  2. Le modifiche suggerite dal Garante

1. Le innovazioni del decreto

Il decreto, tramite il gran numero di innovazioni, comporta anche delle novità in materia di privacy e dati personali. L’ambito che viene toccato maggiormente è quello che ruota intorno alla digitalizzazione e processo penale telematico, in tema di formazione, deposito, notificazione e comunicazione degli atti, oppure in materia di registrazioni e partecipazione a distanza ad alcuni atti del procedimento o all’udienza.

>>>Leggi di più sulla riforma del processo penale<<<

2. Le modifiche suggerite dal Garante

Il Garante, come si è detto, ha dato parere positivo sulla riforma, ma ha suggerito al Governo di adottare ulteriori tutele nel trattamento dei dati giudiziari, per la loro delicatezza.

Suggerisce dunque di rafforzare la sicurezza e l’affidabilità dei collegamenti telematici previsti per la partecipazione a distanza alle udienze o alla formazione degli atti giudiziari. Bisognerà anche fare attenzione alla notificazione di atti mediante pubblici annunci su internet, sottraendole all’indicizzazione da parte dei motori di ricerca e precisando il termine massimo di permanenza online.

Inoltre, bisognerebbe introdurre ulteriori tutele per le persone destinatarie di provvedimenti di archiviazione o proscioglimento. Per questo motivo, il Garante suggerisce di introdurre due nuove forme di “oblio”, nel rispetto della presunzione di innocenza. Una prima forma di “oblio” dovrebbe garantire la deindicizzazione preventiva dei provvedimenti giudiziari in modo da sottrarre il nome di indagati e imputati alle ricerche condotte tramite motori generalisti; una seconda forma dovrebbe intervenire, invece, nella fase successiva consentendo ai soggetti coinvolti di richiedere la sottrazione all’indicizzazione, ex post, dei propri dati contenuti nel provvedimento.

Il Garante comunica anche di aver suggerito che anche le disposizioni attuative previste dal decreto legislativo siano sottoposte alla sua attenzione, per conformarne pienamente il contenuto alla disciplina di protezione dati.

>>>Segui le novità sulla riforma della giustizia<<<

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La Cassa Forense proroga l’abrogazione del contributo integrativo

La Cassa Forense proroga l’abrogazione del contributo integrativo

 

Con comunicazione del 21 settembre la Cassa Forense annuncia la decisione di prorogare anche per l’anno 2023 la temporanea abrogazione del contributo integrativo minimo a carico degli iscritti.

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1. La sospensione già in atto

L’art. 25, comma 7, del vigente Regolamento Unico della Previdenza prevedeva che il contributo minimo integrativo non fosse dovuto per gli anni dal 2018 al 2022, essendo però comunque dovuto il pagamento del contributo integrativo del 4% sul volume d’affari dichiarato.

2. Il motivo dell’intervento

Una commissione già da oltre due anni sta esaminando un’articolata riforma previdenziale. Il testo della riforma dovrebbe essere approvato in breve tempo, visto che già nell’ultima seduta è iniziata la votazione articolo per articolo. Uno scenario questo che renderebbe non in linea con il percorso riformatore avviato dalla Cassa il ripristino del contributo minimo integrativo di 710 euro – come era prima del 2018 – per il solo anno 2023, prima cioè dell’entrata in vigore della Riforma.

La riforma in questione prevede interventi strutturali importanti, in particolare il passaggio ad un sistema contributivo “per anzianità”, un elemento destinato a incidere in modo consistente sugli equilibri finanziari di lungo periodo, senza penalizzare l’adeguatezza delle prestazioni previdenziali per le future generazioni di iscritti e disciplinando in maniera più adeguata ed equa la materia contributiva.

Di qui la decisione di soprassedere sul ripristino del contributo minimo integrativo, mantenendone l’abrogazione temporanea. Resta invece, come da Regolamento, il contributo del 4% sull’effettivo volume d’affari.

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Bonus 200 euro: da oggi h.12 le richieste per professionisti e autonomi

Bonus 200 euro: da oggi h.12 le richieste per professionisti e autonomi

 

Sulla G.U. del 24 settembre 2022 è stato pubblicato il Decreto 19 agosto 2022 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che detta i criteri e le modalità finalizzate alla concessione dell’indennità una tantum in favore dei lavoratori autonomi e dei professionisti iscritti alle gestioni  previdenziali  dell’INPS e dei professionisti iscritti  agli  enti  gestori  di forme obbligatorie di previdenza e assistenza.

1. Finalità

Col decreto del 19 agosto sono stati disciplinati i criteri e le modalità per la concessione dell’indennità una tantum prevista dall’art. 33 del d.l. n. 50/2022, quale misura di sostegno al potere d’acquisto dei lavoratori  autonomi e dei professionisti conseguente alla crisi energetica e al caro prezzi.

2. Beneficiari e misura dell’indennità

Possono beneficiare dell’indennità una tantum i  lavoratori autonomi e i  professionisti  iscritti  alle  gestioni  previdenziali dell’INPS, come anche i professionisti iscritti agli enti gestori di  forme  obbligatorie  di previdenza ed assistenza di cui  al d.lgs. n. 509/1994, e al d.lgs. n. 103/1996 che, nel periodo d’imposta 2021, abbiano percepito un reddito  complessivo non superiore a 35.000 euro. I beneficiari devono essere già iscritti alle sopra  indicate gestioni  previdenziali  alla  data  di   entrata   in   vigore   del d.l. n. 50/2022,  con  partita  IVA  attiva e attività lavorativa avviata entro la medesima data. Per accedere all’indennità occorre aver effettuato, entro la data di entrata in vigore del d.l. n. 50/2022, almeno un versamento, totale o parziale, per la contribuzione dovuta alla gestione di iscrizione per la quale viene richiesta l’indennità, con competenza a decorrere dal 2020.

3. 200 euro

L’indennità una tantum è pari a 200 euro ed è corrisposta a domanda. Le domande per l’ottenimento sono presentate dai beneficiari all’Inps ovvero agli enti di previdenza cui sono obbligatoriamente iscritti che ne verificano la  regolarità ai  fini  dell’attribuzione  del beneficio,  provvedendo  ad  erogarlo  sulla  base  del  monitoraggio sull’utilizzo delle risorse  complessive. L’indennità risulta incompatibile con le prestazioni di cui agli articoli 31 e 32 del d.l. n. 50/2022. L’indennità:

  • non costituisce reddito ai fini fiscali né ai fini della corresponsione di prestazioni previdenziali e assistenziali,
  • non è cedibile,
  • non è sequestrabile,
  • non è pignorabile,
  • è corrisposta a ciascun avente diritto, una sola volta.

4. Modalità di presentazione della domanda

Per il riconoscimento del   beneficio, l’interessato presenta istanza agli enti di previdenza cui  è iscritto, nei termini, con le modalità e  secondo lo schema predisposto dai singoli enti previdenziali. Ove il soggetto   interessato   sia   iscritto contemporaneamente a una delle gestioni previdenziali dell’INPS e a uno degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza ed assistenza (di cui al d.lgs. n.  509/1994, e al d.lgs. n. 103/1996)   l’istanza   dovrà essere   presentata solo all’Inps. L’istanza deve essere corredata dalla   dichiarazione dell’interessato, in forma di autocertificazione:

  • di essere lavoratore autonomo/libero professionista, non titolare di pensione;
  • di non essere percettore delle prestazioni di cui agli artt. 31 e 32 del d.l. n. 50/2022;
  • di non aver percepito nell’anno di imposta 2021 un reddito complessivo superiore all’importo di 35.000 euro;
  • di essere  iscritto  alla  data  di  entrata  in  vigore  del d.l. n. 50/2022 a una   delle   gestioni previdenziali dell’INPS o  degli  enti  gestori  di  forme  obbligatorie  di  previdenza   e assistenza (di cui al d.lgs. n. 509/1994, e al d.lgs. n. 103/1996);
  • nel caso di contemporanea iscrizione a   diversi   enti previdenziali, di non avere presentato per il medesimo fine istanza ad altra forma di previdenza obbligatoria.

All’istanza deve essere allegata copia fotostatica:

  • del documento di identità in corso di validità,
  • del codice fiscale,
  • le coordinate bancarie o postali  per  l’accreditamento  dell’importo relativo al beneficio.

5. Click day

L’Inps e gli enti di previdenza obbligatoria procedono, per gli iscritti, alla erogazione dell’indennità in ragione dell’ordine cronologico  delle  domande  presentate  e  accolte  sulla  base  del procedimento  di  verifica  della  sussistenza  dei   requisiti   per l’ammissione al beneficio.

6. Verifica dei requisiti

L’indennità una tantum viene corrisposta sulla base  dei  dati dichiarati  dal  richiedente  e  disponibili  all’ente  erogatore  al momento del pagamento, e risulta soggetta alla successiva  verifica  anche tramite le informazioni fornite in  forma  disaggregata  per  ogni singola tipologia di redditi dall’amministrazione finanziaria e  ogni altra P.A. che detiene informazioni utili. In ordine al requisito reddituale, dal computo del  reddito personale  assoggettabile  a Irpef,   al   netto   dei   contributi previdenziali ed assistenziali, sono esclusi:

  • i trattamenti di fine rapporto comunque denominati,
  • il reddito della casa di abitazione,
  • le competenze arretrate sottoposte a tassazione separata.

Nel caso in cui, in esito ai controlli in questione, l’ente erogatore non riscontri la sussistenza dei requisiti per l’ammissione al beneficio avvia la procedura di  recupero  nei  confronti  del soggetto che ha usufruito indebitamente dell’indennità.

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Mascherine e Green Pass: la timeline dei prossimi cambiamenti

Mascherine e Green Pass: la timeline dei prossimi cambiamenti

 
Mascherine e Green Pass: la timeline dei prossimi cambiamenti

Dal I ottobre stop alle mascherine sui mezzi pubblici, mentre permangono fino al 31 ottobre sui luoghi di lavoro. Green pass obbligatorio in ospedali e RSA fino al 31 dicembre.

    Indice

  1. Stop a mascherine nei mezzi di trasporto al I ottobre
  2. Il Protocollo luoghi di lavoro permane fino al 31 ottobre
  3. Fino al 31 dicembre 2022 Green Pass per ospedali e RSA

1. Stop a mascherine nei mezzi di trasporto al I ottobre

Un decreto-legge del 15 giugno scorso, che aveva introdotto novità in materia di infrastrutture e mobilità sostenibili, aveva disposto la proroga, fino al 30 settembre, dell’impiego delle mascherine Ffp2 sui mezzi di trasporto pubblici, esclusi gli aerei, nelle Rsa e nelle strutture sanitarie. Non risulta rinnovata la proroga, pertanto, allo spirare del 30 settembre 2022 decade l’obbligo dell’uso delle mascherine Ffp2:

– sui mezzi pubblici di trasporto esclusi gli aerei,

– nelle Rsa,

– nelle strutture sanitarie.


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2. Il Protocollo luoghi di lavoro permane fino al 31 ottobre

Il 30 giugno scorso il Ministero del Lavoro, quello della Salute, MISE, INAIL e parti sociali avevano siglato il Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro, aggiornando e rinnovando i precedenti accordi, e tenendo conto delle misure di contrasto e di contenimento della diffusione del SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro, già contenute nei Protocolli condivisi sottoscritti successivamente alla dichiarazione dello stato di emergenza. Quello del 30 giugno aveva aggiornato tali misure, disponendo linee guida condivise tra le Parti per agevolare le imprese nell’adozione di protocolli di sicurezza anti-contagio in considerazione dell’attuale situazione epidemiologica e della necessità di conservare misure efficaci per prevenire il rischio di contagio. Le misure prevenzionali, in vigore fino al 31 ottobre, dispongono che l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo facciali filtranti FFP2 è un presidio importante per la tutela della salute dei lavoratori ai fini della prevenzione del contagio nei contesti di lavoro in ambienti chiusi e condivisi da più lavoratori o aperti al pubblico o dove comunque non sia possibile il distanziamento interpersonale di un metro per le specificità delle attività lavorative. A tal fine, il datore di lavoro deve assicurare, fino al 31 ottobre, la disponibilità di FFP2 al fine di consentirne a tutti i lavoratori l’utilizzo. Inoltre, il datore di lavoro, su specifica indicazione del medico competente o del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, sulla base delle specifiche mansioni e dei contesti lavorativi individua particolari gruppi di lavoratori ai quali fornire adeguati dispositivi di protezione individuali (FFP2), che dovranno essere indossati, avendo particolare attenzione ai soggetti fragili.

3. Fino al 31 dicembre 2022 Green Pass per ospedali e RSA

La Certificazione verde COVID-19 è richiesta, fino al 31 dicembre, per:

    • la permanenza degli accompagnatori dei pazienti non affetti da COVID-19 nelle sale di attesa dei dipartimenti di emergenza e accettazione, dei reparti di pronto soccorso e dei reparti delle strutture ospedaliere, dei centri diagnostici e dei poliambulatori specialistici;
    • la permanenza nelle strutture sanitarie e sociosanitarie degli accompagnatori di pazienti con disabilità gravi o di soggetti affetti da Alzheimer o altre demenze o deficit cognitivi certificati. È sempre consentito agli accompagnatori di tali soggetti prestare assistenza, anche nei reparti di degenza e di pronto soccorso, nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura;
  • l’accesso dei visitatori ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere, alle strutture residenziali, socioassistenziali, socio-sanitarie e hospice;
  • le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, strutture residenziali socioassistenziali e altre strutture residenziali.

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3. Arrivare in treno o nascondersi nel bosco

3. Arrivare in treno o nascondersi nel bosco

Sulla questione ucraina emergono alcune differenze nell’approccio all’emergenza in Ungheria e in Italia, soprattutto per le caratteristiche socio-economiche e culturali, oltre che per le intenzioni dei rifugiati e delle rifugiate ucraine che entrano nei rispettivi paesi. È evidente già all’ingresso nei grandi centri di accoglienza di Budapest, come il Bok, aperto a inizio marzo, dopo lo scoppio della guerra.

Lo visitiamo alla fine di luglio, in un periodo in cui i flussi di profughi sono molto inferiori rispetto all’inverno e alla primavera precedente. Si tratta di un’area all’interno di un grande centro sportivo, dove però la maggior parte dei rifugiati rimane in media non più di 24 ore.

Nel centro di accoglienza per ucraini più grande di Budapest si rimane solitamente poche ore.

C’è orgoglio negli occhi dei funzionari governativi che ci fanno visitare il centro. Si percepisce immediatamente che ci troviamo in un punto di passaggio e non di approdo. Ci sono persino sportelli informativi sui prossimi treni in partenza e una vera e propria sala di attesa, per chi passa solo qualche ora nel centro in attesa di un treno verso altri paesi europei, in primis la Germania, ma anche Polonia, Repubblica Ceca, Francia e Svizzera. Ci sono anche dei letti, per chi rimane per più di un giorno.

«Il 2 marzo abbiamo registrato 1.240 ingressi – afferma un membro della protezione civile – attualmente arrivano circa 150 persone al giorno». Tutti i presenti ci tengono a specificare che vengono accolte persone anche di nazionalità non ucraina, purché provenienti dal paese in guerra. Poco dopo, infatti, intercettiamo 4 studenti nigeriani arrivati a Budapest da Leopoli.

Da mesi il governo racconta di migliaia di ingressi, in primavera anche oltre 10mila al giorno. Ma per i dissidenti di Viktor Orbán è solo un modo di evidenziare lo spirito accogliente del paese, e tentare di riequilibrare le violenze e le criticità nella gestione dell’immigrazione.

«Ci sono due sistemi diversi», afferma Simon Ernő, portavoce della sede ungherese dell’agenzia dei rifugiati (Unhcr) dell’Onu. Le disposizioni attivate dalle istituzioni comunitarie per i profughi ucraini dovrebbero essere estese a tutti: «Invece qui in Ungheria, negli anni, abbiamo assistito a un inasprimento radicale e progressivo delle politiche migratorie». Tanto che, sotto pressione dell’Unione europea e dopo le condanne della Corte europea dei diritti umani, il governo è stato costretto a chiudere la contestata transit zone sul muro tra Serbia e Ungheria.

La legge sull’obbligo di richiesta di asilo nelle ambasciate estere e quella sui cosiddetti paesi terzi sicuri hanno fatto intendere che il governo non avrebbe fatto passi indietro sui migranti non ucraini.

Il dispositivo secondo cui non viene considerato meritevole di asilo chi prima dell’Ungheria attraversa un paese sicuro viene contestato anche dalla sezione ungherese del comitato Helsinki, tra le ong più attive nel paese, nonostante la repressione governativa nei confronti delle organizzazioni che aiutano i migranti: «Abbiamo evidenziato le contraddizioni del governo – evidenzia Zsolt Szekeres del comitato Helsinki – perché secondo questa logica anche i profughi ucraini che entrano dalla Romania dovrebbero essere respinti, perché provenienti da un paese sicuro».

Naturalmente il tema non è restringere il campo dei diritti della popolazione ucraina, legittimata a rifugiarsi e a fuggire dal conflitto, ma piuttosto estendere le disposizioni praticate per gli ucraini anche a tutti gli altri richiedenti asilo provenienti dai paesi extra-Ue, in Asia e in Africa, continenti nei quali spesso infuriano guerre, violenze e persecuzioni.

I dati che abbiamo analizzato vengono confermati sul campo da organizzazioni indipendenti e migranti.

Queste differenze emergono incontrando i migranti stessi. Inna, per esempio, è una giovane creativa ucraina che fino a fine febbraio lavorava a Kiev per un’agenzia di produzione video. Dopo l’invasione russa è stata direttamente la sua azienda a trasferire tutti i dipendenti, compresa lei, prima in Polonia e poi a Budapest: «Non so per quanto rimarrò qui», ci racconta in un bar vicino la stazione di Keleti, dove è arrivata alcuni mesi fa proveniente dalla Polonia. «Vorrei tornare un giorno nel mio Paese, ma non prima che finisca la guerra – aggiunge – sono originaria della regione di Donetsk, dove si trovano ora i miei genitori, che a differenza mia sostengono i russi».

«Con me qui in Ungheria sono stati tutti gentili, e a poche ore dalla domanda abbiamo ottenuto la protezione temporanea prevista in Europa per gli ucraini». Nei suoi occhi c’è il disagio di trovarsi in una situazione complessa, ma anche la certezza di sentirsi finalmente al sicuro.

Invece in Ungheria è transitato solo per poche ore e illegalmente Haseeb, 19enne pakistano, che 2 mesi fa ha richiesto asilo in Italia. La sua storia è molto diversa, perché ha conosciuto l’Europa dei muri e dei respingimenti. Viveva in una zona del Pakistan a forte presenza talebana, è scappato per sfuggire all’arruolamento obbligatorio. Un anno e mezzo a piedi attraverso il medio Oriente, poi la Bulgaria, la Serbia e infine in Unione europea fino all’Aquila, piccola cittadina a 100 km da Roma, dove è ospitato in un centro di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati.

Sono arrivato al confine tra Serbia e Ungheria lo scorso anno. Mi sono nascosto di notte nel bosco, poi sono riuscito a evitare i pattugliamenti e sono entrato in Ungheria, rimanendo nel paese solo un giorno. Giusto il tempo di andare in Austria.

Haseeb è stato abile e fortunato, ma gli oltre 300mila respingimenti al confine nell’ultimo anno e mezzo rappresentano un dato chiaro. 

L’eccezione dimostrata dalle istituzioni comunitarie e dai paesi membri nel caso dell’Ucraina potrebbe aprire un nuovo capitolo nelle politiche migratorie in Europa. Un capitolo contraddistinto da apertura, inclusione sociale e dalla gestione ordinaria e strutturata di un fenomeno che, con queste caratteristiche, ormai va avanti da quasi un decennio.

L’accoglienza degli ucraini potrebbe rappresentare un punto di svolta per le politiche migratorie in Ue.

Ma la direzione che si sta prendendo è opposta. Ai confini est del continente è Orbán ad aver fatto scuola, tanto che anche Polonia e Lituania hanno ultimato la costruzione di muri protettivi ai confini. Sul fronte meridionale gli sbarchi vengono visti come una perenne “emergenza”, nonostante il forte calo degli ultimi anni, tanto che il tema è argomento elettorale delle destre che potrebbero andare al governo già dal prossimo mese.

Quelle stesse destre ispirate proprio dal modello Orbán per la gestione del fenomeno migratorio. Mentre l’Europa, silente, resta a guardare.

Questo progetto è stato sostenuto dal Collaborative and Investigative Journalism Initiative (Ciji). Sono stati supportati dieci reportage in tutta Europa, nell’ambito del grant sulle “cross-border stories”, con l’obiettivo di raccontare storie transfrontaliere che vedessero la collaborazione tra team di diversi paesi europei. Hanno contribuito alla realizzazione di questo reportage i giornalisti freelance Irene Pepe e Aron Coceancig.

Foto: Inna Chubar, rifugiata ucraina, nella stazione di Budapest Keleti – Andrea Mancini / Openpolis

 

Nei primi mesi del 2022 oltre 38mila richieste di asilo in Italia

Nei primi mesi del 2022 oltre 38mila richieste di asilo in Italia

Richieste di asilo e protezione temporanea, divise tra rifiutate e accettate, ricevute nel primo trimestre dell’anno dal 2015 al 2022

GRAFICO
DESCRIZIONE

Solo nel primo trimestre del 2015 e in quello del 2022, il numero di richieste accettate supera quello delle rifiutate. Va inoltre notato il distacco notevole tra le richieste ricevute complessivamente nei primi tre mesi del 2022 (38.375) e quelle ricevute nel primo trimestre degli anni precedenti – la seconda cifra più alta è 23.145 domande registrate nel T1 2016. La ragione è probabilmente da ricercare nella crisi dei rifugiati ucraini iniziata con l’invasione russa alla fine di febbraio 2022.

DA SAPERE

I dati mostrano il numero di richieste di asilo e di protezione temporanea, ricevute all’Italia nel primo trimestre di ogni anno, dal 2015 al 2022, divise tra accettate e rifiutate in prima istanza.

 

2. Le contraddizioni dell’accoglienza in Italia e Ungheria

2. Le contraddizioni dell’accoglienza in Italia e Ungheria

Tutte le contraddizioni nelle politiche delle istituzioni europee e dei suoi paesi membri emergono forti su due direttrici diverse, ma che si intrecciano nell’affrontare le storie di migrazioni in questi anni. Da un lato, infatti, la differenza di approccio sull’inclusione e l’accoglienza di cittadini ucraini e non ucraini è marcata. Dall’altro, le disparità di trattamento nell’accettare migranti e richiedenti asilo provenienti dal resto del mondo sono altrettanto evidenti, oltre che drammatiche.

In questo senso è critico paragonare i dati tra Italia e Ungheria, laddove nella prima nazione sono in migliaia ogni anno a richiedere asilo politico e umanitario (come nella maggior parte dei paesi dell’Europa continentale), mentre nella seconda questo diritto non solo viene concesso a poche decine di persone l’annoma è inoltre complesso anche persino capire quante richieste vengono realmente inoltrate.

Sette anni di politiche repressive in Ungheria

Sono lontane le immagini dell’estate 2015, quando la stazione centrale e le piazze principali di Budapest erano attraversate da migliaia di profughi, soprattutto provenienti dalla Siria, che chiedevano di salire sui treni internazionali verso Vienna e Berlino. È stato quello il periodo in cui il governo Orbán ha avviato una stretta sempre più repressiva sui migranti, riformando e modificando più volte, fino a oggi, la disciplina sul diritto di asilo nel paese. Con il risultato di azzerare di fatto gli ingressi legali e ricevere sanzioni da parte dell’Unione europea e reprimende da parte della Corte europea dei diritti umani.

Proprio nell’estate 2015 il parlamento ungherese ha approvato la prima di una serie di modifiche legislative volte a complicare le vite dei richiedenti asilo. Subito dopo è iniziata la costruzione di una barriera metallica lunga oltre 500 km sui confini meridionali con la Serbia e in parte con la Croazia.

523 km è la lunghezza della barriera di filo spinato e lamette presente sul confine serbo-ungherese.

Dal 2017 è stata attivata la “procedura di frontiera”, che prevedeva la detenzione in aree definite transit zone lungo la barriera per chi richiede l’asilo, un meccanismo fortemente criticato dalle organizzazioni umanitarie dalle Nazioni unite e dalle istituzioni europee. Tanto che le transit zone sono state chiuse nel maggio 2020, in seguito ad alcune sentenze della Corte europea dei diritti umani, che hanno evidenziato la natura illegale dei respingimenti e la violazione dei diritti internazionali.

Il 2020 è un anno decisivo per la stretta repressiva del governo ungherese sui migranti.

Nonostante la chiusura di queste zone al confine, è proprio il 2020 l’anno decisivo per la repressione dei migranti. Da un lato, infatti, il governo ha riconosciuto come “paesi terzi sicuri” i paesi di transito al confine, di fatto giudicando come persone fuori pericolo tutti coloro che arrivano da zone di guerra ma passano per i paesi confinanti con l’Ungheria. Dall’altro, forte del regime di emergenza attivato a causa della pandemia da Covid-19, l’esecutivo Orbán ha incentivato il numero dei respingimenti, legiferando anche su meccanismi per la richiesta di asilo in contraddizione con le norme internazionali.

Chi chiede asilo oggi in Ungheria è costretto a farlo dall’ambasciata ungherese in Serbia.

Infatti, oggi, chiunque voglia entrare in Unione Europea dall’Ungheria deve recarsi all’ambasciata del paese a Belgrado, in Serbia, e presentare una “lettera di intenti” che certifica la volontà preliminare di chiedere asilo. Solo successivamente viene fissato, spesso dopo mesi dalla presentazione della lettera, un appuntamento con i funzionari dell’ambasciata per inoltrare la vera e propria richiesta di asilo. Il tutto, però, continuando a rimanere in Serbia, pena il respingimento al confine da parte della polizia ungherese.

È facile capire come queste procedure sfianchino i migranti, impedendo l’esercizio del diritto di asilo, così come afferma da tempo la stessa Unione europea. Che tuttavia non va molto oltre le procedure di infrazione attivate negli anni, non ridiscutendo la prima e più importante criticità del sistema europeo: il regolamento di Dublino e le quote di assegnazione dei richiedenti asilo.

Il risultato, nel caso del paese magiaro, è il numero soprendentemente esiguo di richieste di asilo accettate.

42 richieste di asilo accettate in Ungheria in tutto il 2021.

I numeri ungheresi dell’asilo sono lampanti anche se consideriamo le richieste, comparando le cifre con quelle registrate dagli altri paesi dell’Europa orientale. Nella confinante Romania, per esempio, il 2020 ha visto oltre 6mila istanze di asilo, a fronte delle 117 presentate in Ungheria.

Quanto emerge dai dati trova riscontro nelle cifre sui respingimenti alla frontiera di coloro che vengono chiamati “immigrati irregolari”. Si tratta della somma del numero di attraversamenti (anche della stessa persona) definiti illegali nelle aree della barriera metallica tra Ungheria e Serbia. Negli ultimi anni la polizia ne ha certificati in numero sempre crescente: 42mila nel 2020, quasi 120mila nel 2021 e il numero record di 132mila respingimenti nei primi 7 mesi di quest’anno.

Le debolezze del sistema italiano

In Italia la situazione è apparentemente migliore rispetto a quella ungherese, ma il sistema mostra evidenti debolezze, a svantaggio dei migranti e della loro inclusione sociale nelle comunità autoctone.

Nonostante siano attive politiche restrittive e duramente criticate perché accusate di violazioni dei diritti umani (come gli accordi con il governo libico stipulati nel 2017 e oggi ancora attivi), i migranti continuano ad arrivare e i numeri nel paese sono molto diversi rispetto a quelli registrati in Ungheria. A determinare questa differenza sono anche le caratteristiche geografiche dei confini.

Dal 2017 al 2020 Il sistema di accoglienza in Italia è cambiato 3 volte.

Respingere i migranti con la forza per l’Italia è più complesso che per l’Ungheria, perché significherebbe condannarli a morte certa, in quanto la maggioranza degli approdi è via mare. Ciò nonostante si sono verificati casi in passato in cui si è cercato di impedire lo sbarco a navi che trasportavano rifugiati. Questo è stato possibile per via dei decreti sicurezza, voluti dall’allora ministro dell’interno Matteo Salvini, che prevedevano la chiusura dei porti per le imbarcazioni delle Ong che soccorrevano i migranti in mare. Il caso più eclatante è stato quello che ha coinvolto la nave Sea Watch nel 2019, quando la comandante Carola Rackete ha fatto sbarcare sulle coste italiane una nave che trasportava 53 migranti, nonostante le fosse stato negato il permesso.

L’Italia, così come altri paesi del sud Europa, ha richiesto diverse volte una revisione del trattato di Dublino, secondo il quale la responsabilità di esaminare le domande di asilo ricade nel paese europeo dove entra il richiedente. È tuttavia importante evidenziare come alcune proposte di riforma del trattato, arrivate nel parlamento europeo negli anni della “crisi dei migranti”, siano state bocciate dagli stessi partiti italiani anti-immigrazione.

Anche nel caso italiano gli anni della svolta sono quelli della “crisi europea dei migranti”. Nel 2015, infatti, arrivarono sulle coste italiane oltre 153mila persone, l’anno successivo 181mila e nel 2017 quasi 120mila.

In Italia le politiche repressive anti-migranti sono state avviate con il decreto Minniti-Orlando.

Si tratta delle cifre maggiori mai registrate, cui ha fatto seguito un calo vistoso negli anni seguenti. Anche a causa dell’approvazione del decreto Minniti-Orlando, voluto da un governo di centrosinistra, che prevede regole più severe sulle migrazioni, tra cui l’apertura di una ventina di centri di espulsione sul territorio.

Sempre nel 2017 venne firmato il memorandum Italia – Libia, a oggi in vigore perché rinnovato nel 2020 dal governo, anche in quel caso di centrosinistra. L’accordo prevede un importante finanziamento della guardia costiera libica volto ad arginare le partenze dal paese nordafricano, e la detenzione arbitraria dei migranti in carceri all’interno delle quali vengono violati sistematicamente i diritti umani, come hanno evidenziato numerose inchieste indipendenti.

Queste leggi repressive hanno ottenuto come risultato un calo degli arrivi, successivamente diminuiti anche per effetto delle restrizioni dovute alla pandemia. Nel 2021, infatti, sono sbarcate circa 67mila persone. Mentre nei primi 7 mesi del 2022 erano 41mila, il che rappresenta un aumento rispetto allo stesso periodo dei 3 anni precedenti. Comunque si tratta di un numero di molto inferiore agli anni della crisi dei rifugiati.

41.170 persone sbarcate sulle coste italiane, dal 1 gennaio al 31 luglio 2022.

Per chi riesce a sopravvivere in Libia e arriva sulle coste italiane, invece, il destino è un percorso nei vari passaggi del sistema di accoglienza. È importante ribadire come la maggioranza delle persone accolte (nel 2021 quasi 7 su 10) siano da anni ospitate nei “centri di accoglienza straordinari”, che indicano già dal nome un approccio emergenziale a un fenomeno, quello migratorio, che al contrario si verifica da un decennio in modo tutto sommato ordinario.

 

Se infatti in Ungheria il problema è l’assenza di qualsiasi forma di assistenza al richiedente asilo – tanto che nel 2020 il governo ha varato leggi che puniscono severamente chi monitora i confini con scopi solidali o agisce in reti di supporto all’immigrazione o persino chi produce volantini informativi – le criticità italiane sembrano essere centrate piuttosto sul percorso di inclusione sociale dei richiedenti asilo (e anche di chi ottenendolo acquista lo status di rifugiato) nel paese. L

L’ideologia dell’emergenza di cui è segnato il sistema dell’accoglienza, infatti, non permette una pianificazione ordinataorganica e sistemica di un percorso che possa migliorare la vita di chi decide di stabilirsi in Italia, avvantaggiando talvolta chi specula economicamente sui regimi emergenziali, come hanno dimostrato negli anni alcune inchieste giudiziarie.

In questo senso dal 2018 il governo giallo-verde – nato dall’alleanza tra Movimento 5 stelle e Lega, e guidato da Giuseppe Conte – ha riformato il sistema dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati attraverso i “decreti sicurezza” voluti dal ministro dell’interno Matteo Salvini, tra i politici italiani con posizioni più nette contro l’immigrazione. Tra le novità introdotte dal decreto sicurezza la principale è l’abolizione della “protezione umanitaria”, una tutela nazionale per chi chiede l’asilo, che era stata istituita nel Paese nel 1998.

Le parole che si utilizzano quando si parla di migrazioni nascondono percorsi, lunghi anche anni, di persone che si spostano da un luogo all’altro per migliorare le proprie condizioni di vita. Vai a “Quali sono le forme di protezione per gli stranieri in Italia”

Ma questa stretta sull’accoglienza ha impattato gravemente anche sui centri di seconda accoglienza, quelli dove sono di più e migliori i servizi di integrazione, come l’inserimento lavorativo, l’insegnamento dell’italiano e l’inclusione nel tessuto sociale delle comunità. Se prima era data la possibilità di accedervi sia ai richiedenti asilo che a chi l’asilo l’aveva già ottenuto, con i decreti sicurezza l’accesso a questi centri è stato limitato solo ai secondi.

Alla fine del 2020, con il cambio del governo – sempre guidato da Conte ma con una maggioranza formata da Movimento 5 Stelle e partito democratico – il sistema è stato nuovamente riformato.

A dicembre 2020 è stato convertito in legge il decreto legge 130, voluto dal governo Conte II. Riforma il “decreto sicurezza”. Vai a “Come funziona l’accoglienza dei migranti in Italia”

Oggi ha caratteristiche più simili a quelle che aveva fino al 2018, prima dell’approvazione delle leggi volute dalla Lega. Se il prossimo 25 settembre le destre usciranno vincitrici dalle urne, lo stesso Salvini ha promesso di tornare indietro di due anni, nuovamente ai decreti sicurezza. Mentre Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, il partito nazionalista favorito dai sondaggi, non ha mai nascosto di guardare con favore proprio al modello Orbán.

Se analizziamo i dati, notiamo come i due anni in cui sono stati in vigore i decreti sicurezza abbiano inciso anche sugli esiti delle richieste di asilo, a causa dell’eliminazione della protezione umanitaria. Nel 2017 e nel 2018 le domande rifiutate su quelle esaminate erano rispettivamente il 58% e il 67% e nel biennio successivo queste percentuali sono salite all’81% nel 2019 e al 76% nel 2020, per poi tornare al 58% (circa 30mila dinieghi su 52mila domande esaminate) nel 2021, quando i decreti sicurezza erano stati superati.

Nei primi mesi del 2022, invece, la situazione è del tutto diversa a causa della guerra in Ucraina. Sono state esaminate più di 38mila richieste, molte di più rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Basti pensare che nel primo trimestre del 2021 le istanze prese in esame erano meno di diecimila.

Anche gli esiti sono in forte controtendenza quest’anno, considerando che da gennaio a marzo quasi 32mila istanze sono state accettate, rispetto a 6mila rifiuti. Negli anni xfprecedenti, solo nel primo trimestre del 2015 le domande accettate superavano quelle rifiutate. Sulle tendenze di quest’anno hanno influito innegabilmente le tante domande di protezione temporanea inoltrate nel mese di marzo, e arrivate a quota 148mila a inizio agosto.

Questo progetto è stato sostenuto dal Collaborative and Investigative Journalism Initiative (Ciji). Sono stati supportati dieci reportage in tutta Europa, nell’ambito del grant sulle “cross-border stories”, con l’obiettivo di raccontare storie transfrontaliere che vedessero la collaborazione tra team di diversi paesi europei. Hanno contribuito alla realizzazione di questo reportage i giornalisti freelance Irene Pepe e Aron Coceancig.

Foto: centro di accoglienza per rifugiati ucraini di Bok a Budapest – Andrea Mancini / Openpolis

 

1. In cammino verso una vita migliore

1. In cammino verso una vita migliore

In automobile attraversando il confine tra Ucraina e Ungheria, o prendendo un bus che porta in Italia. A piedi dall’Afghanistan fino in Bosnia Herzegovina, ai confini dell’Unione europea. Su una barca fino alle coste italiane, dopo aver attraversato il Mediterraneo. O tentando di scavalcare un muro in Marocco, oltre il quale si apre il sogno dell’Europa.

Sono alcune delle tratte oggi al centro del fenomeno migratorio nel vecchio continente. Migliaia di persone che incrociano i loro destini con filo spinato, muri, naufragi, dogane, impronte digitali e violenze.

L’Italia a sud e l’Ungheria a est sono tra le principali porte d’accesso in Europa.

Le migrazioni esistono da quando esiste l’umanità. Si tratta di un fenomeno mai realmente arrestato dalle azioni umane o dalle politiche dei governi. Negli ultimi anni i flussi al centro delle cronache europee sono stati principalmente due: gli spostamenti di persone provenienti dai paesi africani del nord e del golfo di Guinea verso il sud Europa, e quelli dei migranti provenienti dalle nazioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale verso l’est Europa. E due, più di altri, sono tra i principali paesi interessati da queste due rotte: l’Italia a sud e l’Ungheria a est. Due nazioni diverse, protagoniste di culture e storie differenti, ma da anni accomunate dalle sfide poste dal fenomeno migratorio e dalle lacune dell’Unione europea nel gestirlo.

A tutto questo si è aggiunto, poi, l’imponente esodo di ucraine e ucraini in seguito all’invasione da parte della Federazione Russa, che ha visto nei primi 6 mesi di conflitto oltre 7 milioni di persone fuggire dalla guerra. Come vedremo in seguito, le autorità europee hanno gestito questo fenomeno in modo nettamente diverso, mostrando un atteggiamento di apertura e accoglienza che a oggi rappresenta però solo una virtuosa eccezione.

A quasi 10 anni dall’inizio della “crisi europea dei migranti” è chiaro che l’Unione europea sul fenomeno ha deciso di non decidere, non si è riformata in base alle esigenze dei tempi, abbandonando al proprio destino milioni di persone, lasciando il tema per lo più a politiche nazionali.

Le lacune nelle politiche europee hanno favorito i partiti anti-immigrazione.

Questo atteggiamento irresponsabile ha prodotto quasi ovunque un’ostilità generalizzata delle popolazioni nei confronti dei migranti, con il conseguente aumento del consenso per i partiti anti-immigrazione. I quali, una volta al governo, hanno potuto realizzare politiche repressive e discriminatorie, soprattutto nei paesi di frontiera, dove cittadini e istituzioni si sono sentiti abbandonati dalle istituzioni comunitarie.

È accaduto in Ungheria e, in parte, anche in Italia, dove questi processi sociali e politici rischiano di essere portati a compimento a partire dalla prossima legislatura, se verranno rispettate le previsioni dei sondaggi sulle elezioni del 25 settembre. Questi ultimi, infatti, danno per favorito il partito della destra sovranista Fratelli d’Italia, la cui leader Giorgia Meloni ha mostrato più volte interesse nei riguardi del “modello Orbán” sull’immigrazione.

Ungheria e Italia porte d’Europa a est e sud

Quella che a livello giornalistico viene conosciuta come “crisi europea dei migranti” ha avuto inizio nel 2013. Sembra passato molto tempo da quando un numero sempre crescente di persone ha iniziato a muoversi, a piedi o con mezzi di fortuna, in cerca di asilo in Europa. L’anno che segna la svolta è il 2015.

In quei mesi, secondo l’Ue quasi due milioni di persone si sono trovate ai confini del continente, provenienti da zone di guerra come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, ma anche la Libia, il Mali o il Burkina Faso. Parliamo di viaggi molto pericolosi.

1,8 milioni di persone sono migrate verso l’Europa nel 2015, secondo l’Ue.

Si stima che in quel periodo siano morte almeno 1.200 persone in sole cinque imbarcazioni affondate nel mar Mediterraneo. Viaggi che spesso portano con sé sofferenza e violazioni di diritti fondamentali. È in questo contesto che, come vedremo in avanti, sempre nel 2015 inizia la costruzione del “muro di Orbán” sul confine serbo-ungherese.

Oggi i dati raccontano di cifre più modeste in relazione agli arrivi. Non perché si parta di meno, si muoia di meno o perché siano state avviate politiche pubbliche di riequilibrio socio-economico nei paesi di provenienza, ma perché si sono aggravate negli anni politiche repressive e contenitive del fenomeno migratorio, fino a farle passare come consuete in diversi paesi Ue.

Inoltre si tenta, a livello comunitario, di limitare gli arrivi esternalizzando le frontiere al di fuori dell’Unione, attraverso accordi onerosi come quello siglato tra Ue e Turchia nel 2016. Intese che hanno l’obiettivo di tenere il problema lontano dagli occhi e dal cuore dei popoli europei. Come il memorandum con la Libia firmato nel 2017, le recinzioni che separano il territorio marocchino dalle exclave spagnole Ceuta e Melilla, o i campi di detenzione sulle isole greche.

Le politiche migratorie in Ue
In Europa è ancora in vigore il trattato di Dublino, firmato nel 1990 nella capitale irlandese. Si tratta di un regolamento secondo il quale le responsabilità di esaminare le domande di asilo ricadono, salvo alcune eccezioni, sullo stato membro in cui il migrante che richiede asilo è entrato, varcando le frontiere in modo irregolare. Senza quindi prevedere alcuna responsabilità per gli altri paesi Ue. Questo meccanismo crea inevitabilmente una situazione iniqua in Europa, perché l’ospitalità e le richieste di asilo ricadono principalmente sui primi paesi d’approdo, come l’Italia (nel caso della rotta mediterranea) e l’Ungheria (nel caso della rotta balcanica), che si vedono inoltre ritornare i migranti che si spostano in altri paesi europei dopo essere passati dai loro territori. Nonostante sia stato modificato prima nel 2003 e poi nel 2013, l’impianto sostanziale del trattato è ancora oggi vigente. E si affianca alle politiche di respingimento alle frontiere esterne dell’Ue, che contraddicono nei fatti i valori su cui è fondata l’Unione, primo fra tutti la difesa della dignità e dei diritti umani. In questo senso Bruxelles negli anni ha stretto accordi con i regimi nordafricani per la rotta mediterranea e con quello turco per la rotta balcanica, affinché trattengano nei loro territori i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. L’obiettivo è ridurre gli arrivi, marginalizzando il problema dal punto di vista dell’impatto pubblico. Con la conseguenza di condannare migliaia di esseri umani alla detenzione nelle carceri libiche o alle violenze nei rimpatri al confine turco, come denunciato da numerose inchieste giornalistiche e da diverse organizzazioni per i diritti umani. Un’ulteriore forte contraddizione delle istituzioni comunitarie è emersa di recente, a fronte della crisi dei rifugiati ucraini. È risultata infatti evidente la disparità di trattamento dei profughi di guerra ucraini rispetto a quelli provenienti da altri paesi in conflitto. Per i primi, infatti, è stata attivata una direttiva che permette agli ucraini di circolare in Europa e di richiedere con facilità una forma di protezione, al contrario negata a centinaia di migliaia di persone provenienti da altri paesi in guerra.

«Non vogliamo diventare popoli di razza mista»

Le rispettive posizioni geografiche di Italia e Ungheria acquistano rilevanza quando si parla di migrazioni. Nell’ultimo decennio questo ha certamente contribuito a una percezione diversa delle persone straniere da parte delle comunità autoctone, complici anche le polarizzazioni politiche sul tema e le narrazioni mediatiche a riguardo.

Quanto si stanno realmente «mescolando» i popoli italiano e ungherese con le comunità straniere?

Se in Italia gli sbarchi di migranti sulle coste meridionali sono calati dopo la cosiddetta “crisi dei rifugiati”, l’argomento continua a segnare l’agenda setting anche in vista delle elezioni politiche del 25 settembre, dove sono favoriti i partiti delle destre anti-immigrazione. Diversa la situazione per l’Ungheria, dove il governo guidato da Viktor Orbán da anni ha fatto della difesa dei confini un cardine fondamentale della sua azione politica.

Nel paese magiaro l’atteggiamento è tra i più radicali in Europa, tanto che lo scorso luglio lo stesso Orbán ha fatto discutere con alcune sue dichiarazioni.

Siamo disposti a mescolarci gli uni con gli altri, ma non vogliamo diventare popoli di razza mista.

Una frase che ha causato le dimissioni della sua consigliera personale Zsuzsa Hegedüs, che ha accostato il premier al ministro nazista Joseph Goebbels, nonostante abbia ritirato queste affermazioni pochi giorni dopo.

Nel solo 2011 in Italia sono entrati oltre 385mila nuovi immigrati. Nell’anno 2020, invece, 247mila. Il trend è inverso in Ungheria, dove nel 2011 erano meno di 28mila i nuovi ingressi, a fronte di più di 75mila nel 2020. Per capire la portata della presenza di migranti nei due paesi, è necessario relazionare questi dati alla popolazione residente. Gli stranieri entrati in Italia nel 2020 erano 42 ogni 10mila abitanti, una cifra diminuita di 23 unità rispetto al 2011. In Ungheria invece, sempre nel 2020, risultavano 77 gli immigrati ogni 10mila residenti. In questo caso, la cifra è aumentata nel corso del decennio (+49).

Non esiste alcuna “emergenza migranti” né in Italia né in Ungheria.

Al di là delle variazioni che si sono susseguite negli anni, sicuramente un aspetto da sottolineare è la sproporzione che c’è tra questi numeri e la comunicazione emergenziale che viene diffusa in entrambi i paesi. Piuttosto si è di fronte a un fenomeno strutturato che va sistematizzato e organizzato, non stigmatizzato in nome di fantomatici «teoremi dell’invasione» indubbiamente smentiti dai dati.

Una questione a parte invece merita la questione ucraina. A inizio marzo è stata attivata una direttiva europea risalente a oltre vent’anni fa (la 55/2001), allora pensata per l’esodo proveniente dai Balcani meridionali in guerra. Secondo questa disposizione, le persone che fuggono dal conflitto possono godere di una protezione temporanea in Ue, uno status simile a quello del rifugiato, in qualsiasi paese membro e per un anno dall’ingresso, rinnovabile per altri due.

Le differenze tra Italia e Ungheria non riguardano infatti l’accoglienza degli ucraini, tutto sommato omogenea tra i due paesi e in linea con le indicazioni comunitarie, ma soprattutto la collocazione geografica e quindi la composizione socio-economica dei profughi che decidono di rimanere nell’uno o nell’altro paese.

L’Ungheria infatti confina con l’Ucraina, il che la rende uno dei principali punti di passaggio della popolazione ucraina verso ovest. Da marzo a luglio circa un milione di ucraini sono entrati in Ungheria, anche se poco meno di 30mila hanno fatto domanda di protezione temporanea nel paese. Questo suggerisce come la nazione magiara sia essenzialmente un luogo di passaggio verso altri stati dell’Unione.

In Italia la situazione è diametralmente opposta: delle 157mila persone entrate dal 24 febbraio in poi, 148mila (il 94%) ha chiesto di accedere alla protezione temporanea. In questo caso, i dati ci raccontano di un’immigrazione più stanziale.

Come emerge dal grafico, il periodo di maggior flusso di profughi ucraini sia in Italia che in Ungheria è stato nel mese di marzonelle prime settimane che hanno seguito l’invasione russa. Dopo un calo e un assestamento in primavera e all’inizio dell’estate, nel mese di luglio le cifre degli ingressi nei due paesi sono tornate leggermente a salire, tuttavia rimanendo lontane dai picchi dell’inverno.

Per gli ucraini l’Ungheria è un luogo di passaggio, l’Italia di approdo.

Non sono disponibili dati ufficiali sulla durata della permanenza dei profughi nelle due nazioni, ma la nostra indagine sul campo conferma quanto suggeriscono i dati sulle domande di protezione temporanea nei due paesi: l’Ungheria è un luogo per molti di passaggio, dove le persone stazionano pochi giorni e a volte addirittura poche ore, prima di dirigersi a ovest. L’Italia, invece, è un luogo di approdo, dove molti rifugiati arrivano attraverso una rete di relazioni personali o familiari con la folta comunità ucraina (circa 235mila persone) che vive nel paese da diversi anni.

Questo progetto è stato sostenuto dal Collaborative and Investigative Journalism Initiative (Ciji). Sono stati supportati dieci reportage in tutta Europa, nell’ambito del grant sulle “cross-border stories”, con l’obiettivo di raccontare storie transfrontaliere che vedessero la collaborazione tra team di diversi paesi europei. Hanno contribuito alla realizzazione di questo reportage i giornalisti freelance Irene Pepe e Aron Coceancig.

Foto: un richiedente asilo pakistano nel centro di accoglienza “Fraterna Tau” dell’Aquila, in Italia – Andrea Mancini / Openpolis